Sulla scuola pubblica

Posted in Uncategorized on novembre 14, 2008 by edoardopetricca

SULLA FUNZIONE DELLO STATO NELL’EDUCAZIONE DEGLI STUDENTI


Nesseno può contestare una funzione dello Stato nel campo educativo. Tutto il pensiero e la prassi educativa tendono a proclamare che all’eguale esercizio dei diritti e dei doveri corrisponda un’eguale partecipazione ai benefici dell’istruzione. Lo Stato come tutore di ogni diritto, dovrà tutelare anche quello all’educazione. Esso ha un ambito molto maggiore della famiglia, la quale non può avanzare le sue pretese come se fossero pubbliche ed universali. La civiltà ed il progresso si sono affermati via via che certe funzioni, prima lasciate in balia di gruppi particolari, sono diventate invece funzioni della collettività intera rappresentata dallo Stato. La stessa partecipazione politica di ogni individuo alla vita dello Stato, che è la caratteristica delle moderne democrazie, implica una scuola di interesse e di diritto pubblico, sottratta al privilegio delle classi aristocratiche borghesi e organizzata in modo che ciascuno vi trovi la preparazione necessaria alle sue future attività. Sorge così anche il concetto di obbligo scolastico, il quale è concepibile solamente in relazione alla funzione pubblica, statale della scuola. La scuola diviene un servizio reso all’individuo, oltre che a se stesso, alla collettività intera, se ogni membro di questa deve abilitarvisi ad ogni genere di attività necessaria. Ed aveva quindi ragione Lutero di sostenere, precorrendo i tempi, che “le nostre autorità hanno anche l’obbligo di costringere i sudditi [i cittadini] a mandare alla scuola i loro figli”. Se invece si pone il semplice diritto della famiglia a base dell’educazione, non si potrà mai teorizzare l’obbligo scolastico. Lo Stato dovrebbe poter venir considerato l’unico istituto pubblico capace di accogliere le diverse ed anche opposte esigenze educative. La Chiesa, per esempio, no; perché essa non può che volere ed imporre una struttura confessionale dell’insegnamento. La Chiesa non ha in sé la capacità di accogliere e tollerare tutti gli insegnamenti, tutte le manifestazioni della cultura del docente, delle sue convinzioni, dei suoi punti di vista storici e critici. Ora non è ammissibile che un’autorità qualsiasi – sia essa la Chiesa o lo Stato – abbia il diritto di limitare l’espressione della verità nelle persone che insegnano e l’applicazione dei loro metodi. Vi è dunque una inevitabile laicità, che la vera scuola non può eliminare dal proprio seno. Una scuola non laica, ma laicista, che fa la lotta alla Chiesa e alla religione, che pone nella scuola solo la scienza e rifiuta tutto il resto, crea la necessità dell’antitesi e quindi un conflitto che non è vantaggioso a nessuno e irrigidisce e porta ad un’esagerazione gli atteggiamenti delle parti in contrasto. Bisogna insomma cessare di considerare la scuola e l’educazione quali strumenti ed armi dell’azione di parte. Solo la scuola pubblica, la scuola di Stato è in grado di garantire ogni libertà all’insegnante e la possibilità di una crescita spirituale completa dello studente. La libertà ha un valore immenso, non sostituibile da altri, essa è condizione di ogni moralità individuale e collettiva, è condizione di vita per tutte le idee, di cui si compone la cultura, condizione quindi della scuola. Se la scuola è educativa perché educa alla libertà avendola in se stessa – quale sua intrinseca ragione di vita – come si potrà chiamare educativa una scuola che indirizza secondo uno stampo preformato uniforme per tutti; una scuola dove la verità non è una conquista ed una ricerca continua, ma è già presente tutta intera e solo da comunicare a menti passive? È da questi presupposti che muove la critica alla riforma Gelmini varata dal governo in carica. In particolare, il ripristino del maestro unico cozza con i principi di pluralità di idee suddetti; la trasformazione delle università in fondazioni private cozza con la costituzione, che prevede una istruzione pubblica per tutti, diretta a qualsiasi fascia sociale.

Compagno sole

Posted in Uncategorized on febbraio 15, 2008 by edoardopetricca

Davanti all’ingresso dell’officina
l’operaio si ferma di colpo
il bel tempo l’ha tirato per la giacca
e come lui si gira
e guarda il sole
così rosso così tondo
che sorride bel suo cielo di piombo
fa una strizzata d’occhio
confidenziale
Dimmi un po’ compagno sole
non trovi anche tu
che un po’ sarebbe da coglione
regalare una giornata come questa
al padrone?

(Jacques Prévert, Il tempo perso)

Come abitanti di stelle sconosciute

Posted in Uncategorized on febbraio 15, 2008 by edoardopetricca
Sono grandi, avventurosi, come fatti di luna nel
mezzo della notte.
Ardono come legno. Distillano un’ acqua fresca e
deliziosa, come la linfa dei grandi alberi.
Non sembrano venire dalle rocce terrestri: li
immaginiamo germogliati dalle caverne più selvagge e
profonde. O saliti forse da un fosso oceanico
dove hanno appreso dalle sirene l’arte dell’abbraccio
fino ad avere braccia trasformate in serpenti.
Se non avessero nomi come i nostri, non li
crederemmo umani. Li penseremmo abitanti di
stelle sconosciute, di pianeti di frumento.
Nell’ ombra si confondono, a volte, con gli
dèi. Scivolano e si spaventano come animali,
assomigliando oltremodo agli dèi.
Non osano la parola: usano il gemito e il sussurro. Le
parole più corte della terra e più parole, senza
dubbio.
Quando torno a casa chiederò alla Morte che non
venga per loro. Sarebbe bello che li lasciasse liberi per
sempre e che uscissero per strada abbracciati, come
profeti di un rito vegetale e poderoso.
Noi gli canteremmo canzoni di allegria e gli
metteremmo collari di foglie fresche. Grandi collari
utili come guanciali quando si trovassero
senza cuscini in qualche luogo amaro della
terra.
(Jorge Debravo, Gli Amanti)
Jorge Debravo nacque a Guayabo de Turrialba, in Costa Rica, il 31 gennaio 1938 e morì a San Josè, la capitale, nel 1967, a soli 29 anni, a causa di un incidente stradale; un autista ubriaco a bordo di una jeep lo investì mentre viaggiava sulla sua moto. La morte fu istantanea.

SULL’AMORE

Posted in Uncategorized on febbraio 14, 2008 by edoardopetricca

E. M. Cioran

L’equivoco dell’amore viene dal fatto che uno è felice e infelice allo stesso tempo, la sofferenza si uguaglia alla voluttà in un turbine unitario. Per questo la disgrazia nell’amore cresce via via che la donna la percepisce e, proprio per questo, ama molto di più. Una passione senza limiti porta a lamentare che il mare abbia un fondale, ed è nell’immensità dell’azzurro che uno sazia il suo desiderio di immersione nell’infinito. Almeno in cielo non ci sono confini e sembra essere all’altezza del suicidio.
L’amore è un bisogno di affogarsi, una tentazione di profondità. In questo assomiglia alla morte. Così si spiega perché solo le nature erotiche possiedano il senso dell’infinito. Nell’amare si scende fino alle radici della vita, fino alla freddezza fatale della morte. Nell’abbraccio non ci sono raggi in grado di trapassare, e le finestre si aprono fino allo spazio infinito, affinché uno possa precipitarvi. C’è molto di felicità e di infelicità negli alti e bassi dell’amore, e il cuore è troppo stretto per queste dimensioni.
L’erotismo va oltre l’uomo: lo riempie e lo distrugge. È per questo che, schiacciato da queste onde, uno lascia passare i giorni senza rendersi conto che gli oggetti esistono, le creature si agitano e la vita si consuma, una volta che, intrappolato nel sogno voluttuoso dell’Eros, con tanto di vita e di amore, si è dimenticato dell’uno e dell’altro, e così nello svegliarsi dall’amore, agli inevitabili strazi segue un crollo lucido e senza consolazione possibile. Il senso più profondo dell’amore non si trova nel “genio della specie”, e nemmeno nell’annullamento dell’individuazione. Avrebbe queste intensità tempestose l’amore, questa gravità inumana, se fossimo soltanto strumenti e ci perdessimo personalmente? Come ammettere che ci coinvolgiamo in tali enormi sofferenze unicamente per diventare vittime?
L’uomo e la donna non sono capaci di tanta rinuncia né di tanto inganno. In fondo amiamo per difenderci dal vuoto dell’esistenza, e come reazione ad esso. La dimensione erotica del nostro essere è una pienezza dolente, fatta proprio per riempire il vuoto che è dentro e anche fuori di noi. Senza l’invasione del vuoto essenziale che corrode la nudità dell’essere e distrugge l’illusione indispensabile all’esistenza, l’amore sarebbe soltanto un facile esercizio, un pretesto piacevole, e non sicuramente una reazione misteriosa a un’agitazione crepuscolare. Il niente che ci circonda soffre la presenza dell’Eros, che è anch’esso ingannevole e cerca di colpire l’esistenza. Di tutto ciò che viene offerto alla sensibilità, l’amore è il meno vuoto, al quale non si può rinunciare senza aprire le braccia al vuoto naturale, comune, eterno. Concentrando in sé un massimo di vita e di morte, l’amore costituisce un’irruzione di intensità nel vuoto.
Avremmo potuto sopportare la sofferenza dell’amore se questo non fosse un’arma contro la decadenza cosmica, contro il marciume immanente?
E saremmo stati in grado di scivolare verso la morte, attraverso incantamenti e sospiri, se non avessimo trovato in esso una forma di essere fino al non essere?


(Tratto dalla rivista messicana La Jornada. Traduzione di Julio Monteiro Martins)

La Sinistra

Posted in Uncategorized on febbraio 14, 2008 by edoardopetricca

IL DOMÍNIO DEL DISUMANO

Armando Gnisci




Sostengo una tesi estremamente semplice e feroce, come sono le tesi che abitano e lavorano dentro una poetica e non nel corpo ingessato di una teoria, che operano nel flusso di una prassi critica e di rivolta e non nel sarcofago di una filosofia accademica e libresca. Con l’aggettivo feroce intendo designare la qualità di una presa di posizione concettuale e operativa che può provocare eccessivamente la persona che ne viene percossa e che la obbliga, nel migliore dei casi, a pensarci su, nel peggiore – il più prevedibile – a reagire respingendola.
Adesso basta con le istruzioni per l’uso. Veniamo al punto: lo stato di mondo, l’epoca, in cui viviamo ha finalmente il suo nome, preciso ed inequivocabile, dopo che per decenni ci hanno fatto usare denominazioni approssimative, come “secondo dopoguerra”, “società post-industriale”, “società capitalistica avanzata”, o addirittura finte e cialtrone come “età post-moderna”. La nostra epoca viene giustamente chiamata: della mondializzazione e/o della globalizzazione. I giovani Marx ed Engels l’avevano annunciata nel Manifesto del Partito Comunista nel 1848.

Sostengo che l’attuale globalizzazione neoliberista che governa il pianeta dei viventi è la stabilizzazione e il compimento del plurisecolare movimento di colonizzazione militare, culturale, politica ed economica di tutti i siti del pianeta Gaia da parte delle nazioni imperiali dell’Europa occidentale, e poi anche della Russia e degli Stati Uniti d’America, con qualche partecipazione, anche se limitata, del Giappone. L’epoca della espansione mondiale della civiltà euro-cristiana è iniziata nel XVI secolo dopo Cristo (una etichetta cronografica apparentemente “naturale”, ma – anch’essa, per l’appunto – eurocentrica e colonialista). La colonizzazione dei mondi è proseguita fino al loro esaurimento con la “scoperta”, l’esplorazione e la conquista totale di quelli “Nuovi” (e cioè, non conosciuti dalle così dette civiltà “classiche”), così come ci è testimoniato in maniera esemplare da James Cook nei suoi diari. Ogni nazione europea colonialista si è, quindi, autoproclamata testa-metropoli di un impero, sotto il nome-vessillo comune della missione dell’ incivilimento universale: quello che Kipling chiamò “il fardello dell’uomo bianco”. La civiltà euro-cristiana si è autoinvestita della legittimità ad esercitare un domìnio planetario attraverso l’autoriconoscimento della propria superiore universalità. Superiorità alla quale era stata educata dalla filosofia greca e poi dalla teologia cristiana.
La conquista e la distruzione delle varie civiltà autoctone dei mondi da parte del colonialismo euroccidentale e poi nordamericano, lo sfruttamento e l’amministrazione diretta dei territori, delle popolazioni e delle ricchezze sono finite solo apparentemente – uso il plurale al femminile, perché si tratta di un gruppo formato da tre sostantivi femminili, nella lingua italiana, e di uno maschile – nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale del XX secolo dopo Cristo, con il grande movimento della de-colonizzazione politica, a volte, giustamente, cruenta. Lo smantellamento del sistema dell’occupazione coloniale dei territori e delle culture non vale, però, ancora per la Russia che continua a identificarsi in un domìnio eurasiatico “mostruoso” che va da SanPietroburgo sul Baltico alla punta dello Stretto di Bering di fronte all’Alaska. Ma nessuno sembra farci caso, anche dopo la caduta del così detto impero sovietico. I nomadi siberiani devono ancora trovare la via che li porti a concepire l’idea della liberazione de-coloniale, così come la loro sudditanza coatta sembra restare invisibile anche alle stesse avanguardie dei movimenti di contestazione libertaria mondiale.La globalizzazione sembra, quindi, portare al giusto compimento il processo di domìnio del disumano che l’Europa ha inventato ed imposto a tutte le “nazioni” (in senso vichiano) del mondo, scrivendone quella che potremmo chiamare la Storia alla maniera perversa. Oppure, come dice il poeta martinicano Aimé Césaire nel suo capitale Discours sur le colonialisme, un libriccino del 1955, la storia dell’incontro che l’Europa ha voluto che fosse sventurato e violento tra la propria civiltà e le altre. La globalizzazione è ciò che Colombo, Vasco da Gama, Cortés e tutti gli altri volevano fare da grandi, senza saperlo allora. Come ha scritto ne I dannati della terra Frantz Fanon, l’Europa “non la finisce di parlare dell’uomo, pur massacrandolo dovunque lo incontra, in tutti gli angoli delle sue stesse strade, in tutti gli angoli del mondo. Sono secoli che l’Europa ha arrestato la progressione degli altri uomini e li ha asserviti ai suoi disegni e alla sua gloria; secoli che in nome di una pretesa “avventura spirituale” soffoca la quasi totalità dell’umanità”.
Il processo di sopraffazione coloniale è ora cotto a puntino, raffinato, distillato, stabilizzato, preciso, pulito e totale: efferato – ecco anche perché ho usato il termine “feroce” per la mia poetica: ferus cum feris, ci hanno insegnato ad essere i nostri padri latini – esiziale, ingiusto, squilibrato, perverso, disumano e infernale.

Possiamo figurarci la forma stabilizzata del movimento coloniale compiutosi, almeno per ora, come globalizzazione neoliberista e mercantile con l’immagine della frazione. Sopra c’è il mondonord che rappresenta, come ci ha ricordato recentemente Riccardo Petrella su “Carta” dell’agosto scorso, il 12 per cento della popolazione mondiale: questo numeratore detiene, però, l’86 per cento della ricchezza planetaria e perpetra l’88 per cento dei consumi mondiali. Esso è formato proprio dalle nazioni coloniali-imperiali. Sotto la linea di frazione ci sono tutti gli altri, the Rest of the World: i mondisud, portatori della pluralità e della speranza, oltre che della sofferenza; sottoposti.
Questo è lo stato di mondo che la malattia colonialista occidentale ha generato: una stabile e sicura fortezza frazionante del domìnio e del benessere, propri; governati attraverso gli strumenti propri del potere della globalizzazione: il FMI, la Banca Mondiale, l’OCSE, l’OMC/WTO, i G7, e quando è il caso G8 con la Russia, la NATO.I pensatori della così detta sinistra occidentale, dopo essersi sollazzati nei decenni finali del XX secolo con trastulli accademici come il “pensierodebole”, il “post-modernismo”, il “decostruzionismo” e simili, oggi non hanno più nulla da dire. Al massimo, “rosicano” – o, all’opposto, inneggiano – perché il papa romano raduna 2 milioni di giovani per il ferragosto giubilare in una spianata sul raccordo anulare dell’Urbe, chiamata “campus”.
Contro la globalizzazione i filosofi e gli intellettuali cartacei dell’ultimo trentennio sono poco utilizzabili. Sono corpi scarichi, irrimediabilmente scordati, spesso venduti. A muoversi, invece, hanno le nuove compagnie di ventura del dissenso anticoloniale: pezzi della così detta società civile, le ONG, ATTAC, l’Azione Globale dei Popoli, Marcos e i maya dai quali dipende, i Sem Terra, Alex Zanotelli, la Rete di Lilliput, Porto Franco…
Questa opposizione mondiale e globale si è schierata dalla parte dei mondisud, anche quando viva e operi nel mondonord; così come c’è del mondonord marcio nei mondisud; così come ci sono pezzisud dentro le periferie e gli interstizi del mondonord. Con la stessa logica del contrasto.

La rivolta agisce seguendo due direttrici di attacco:1) dentro il mondonord, per decolonizzarne menti e territori possibilmente sempre più vasti; 2) contro il mondonord, perché risarcisca, interminabilmente, i popoli per cinque secoli di devastazione delle generazioni, delle culture, della memoria, della storia, delle ricchezze, della natura, del destino.
Queste due direttrici di attacco segnano e significano lo scontro e la rivolta contro l’attuale stabilizzazione del disumano che ci opprime senza scampo. Come definire altrimenti, infatti, un regime di domìnio globale che arriva a rendere e a dichiarare “debitori” popoli e persone che ha depredato e sfatto per secoli, attanagliati e schiavizzati per sempre, mentre ne è il vero debitore e assassino: recidivo, renitente, assurdo, impunito, e impunibile? Come definire una civiltà che non riesce ancora a riconoscere il proprio debito interminabile verso tutte le altre della stessa specie? Le parole di Fanon, nonostante siano riferite allo stato di mondo di quarant’anni fa, vanno ripetute in ogni scuola europea, più volte l’anno e tutti gli anni, tirandole fuori dalla polvere teorica dei libri degli specialisti di studi post-coloniali. Esse non sono ancora entrate efficacemente in nessuna filosofia europea. Si vede bene che il loro destino non era la filosofia, ma la poetica-politica di un nuovo umanesimo planetario:
“La ricchezza dei popoli imperialisti è anche la nostra ricchezza. Sul piano dell’universale, questa affermazione, com’è facile capire, non vuole assolutamente significare che noi ci sentiamo oggetto delle creazioni della tecnica e delle arti occidentali. Molto concretamente l’Europa si è gonfiata smisuratamente dell’oro e delle materie prime dei paesi coloniali: America latina, Cina, Africa. Da tutti questi continenti, di fronte ai quali l’Europa oggi erge la sua torre opulenta, partono da secoli in direzione di quella stessa Europa i diamanti e il petrolio, la seta e il cotone, i legnami e i prodotti esotici. L’Europa è letteralmente la creazione del Terzo Mondo. Le ricchezze che la soffocano sono quelle che sono state rubate ai popoli sottosviluppati. I porti dell’Olanda, Liverpool, i docks di Bordeaux e di Liverpool specializzati nella tratta dei negri, devono la loro fama ai milioni di schiavi deportati. E quando noi sentiamo un capo di Stato europeo dichiarare con la mano sul cuore che deve portar soccorso agli sventurati popoli sottosviluppati, noi non palpitiamo di riconoscenza. Anzi ci diciamo: <<è una giusta riparazione che ci verrà fatta>>. Perciò non accetteremo che l’aiuto ai paesi sottosviluppati sia un programma da <<suore di carità>>. Quest’aiuto dev’essere la consacrazione di una duplice presa di coscienza da parte dei colonizzati che ciò è loro dovuto e delle potenze capitalistiche che effettivamente esse devono pagare. “.

Contro l’insopportabile ragione europea della storia, ancora e solo una rivolta è quanto bisogna volere e fare per rispondere e pareggiare la globalizzazione neoliberista che viene da lontano, dal cuore di tenebra del terra del tramonto. Nulla di meno.
Una storia più antica e più lunga di quella dell’Occidente ce lo insegna, è quella che Sartre chiamava: la storia e la coscienza della nostra specie, dentro la Terra alla quale apparteniamo. La Gaia, più antica e più ricca di futuro di tutti gli dèi e di tutti i fantasmi.
Nessuno ha lottato fino ad ora per una posta così totale, valorosa e decisiva, e così arrischiata: il destino della coevoluzione armonica della specie e del pianeta al quale essa appartiene, insieme con la pluralità di tutte le altre specie. Se ci battessimo per qualcosa di meno, saremmo sotto la soglia di quanto ci è stato richiesto da tempo dai poeti.

Da Ungaretti ne “I fiumi”:
…………………………
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell’universo
Il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia

o da Calvino, quando nel dialogo finale tra Kublai Kan e Marco Polo de Le città invisibili fa dire ai due, come se fossero un vecchio intellettuale di sinistra sinceramente disperato ma altrettanto irrimediabilmente cinico di fronte al potere insormontabile della globalizzazione e un agente della nuova rivolta del futuro dei mondi:

Dice: – Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”.
Fanon e Sartre ci hanno lasciati prima che il colonialismo apparisse nella sua veste perfetta della globalizzazione. E comunque, la loro opera di decolonizzazione culturale e politica non è stata proseguita e oltrepassata da nessuno in questi decenni. Bisogna riprendere i loro fili – di antillano-algerini-africano l’uno e di parigino-europeo l’altro – e tesserli alle condizioni di oggi: della doppia valenza del nome Seattle: Riunione dei poteri del mondonord
Opposizione delle compagnie dei mondisud.
Niente di meno ci tocca di volere e di fare.
Proprio ora che vogliono convincerci che non ci sono più valori, infatti, finalmente è apparsa anche a noi europei sul filo dell’orizzonte della storia la velatura del liberamente umano.
Sarò ancora una volta feroce nell’interrogarvi: la vedete, o no? e se la vedete, da che parte state?

Armando Gnisci insegna Letteratura comparata all’università “La Sapienza” di Roma, e attualmente si dedica allo studio della narrativa di “ibridazione” e dei rapporti tra l’Europa e le sue ex colonie.

 

Valentino

Posted in Uncategorized on febbraio 14, 2008 by edoardopetricca

Destatevi nove muse, cantatemi una melodia divina,
dipanate il sacro nastro, e legate il mio Valentino!

Oh la Terra fu creata per amanti, damigelle, e spasimanti disperati,
per sospiri, e dolci sussurri, e unità fatte di due,
tutte le cose si vanno corteggiando, in terra, o mare, o aria,
Dio non ha fatto celibe nessuno eccetto te nel suo mondo così bello!
La sposa, e poi lo sposo, i due, e poi l’uno,
Adamo, ed Eva, sua consorte, la luna, e poi il sole;
la vita fornisce la norma, chi obbedisce sarà felice,
chi non serve il sovrano, sia appeso all’albero fatale.
Il superbo cerca l’umile, il grande cerca il piccolo,
nessuno non trova chi ha cercato, su questa terrestre sfera;
L’ape fa la corte al fiore, il fiore risponde al suo appello,
ed essi celebrano nozze gioiose, i cui invitati sono cento foglie;
il vento corteggia i rami, i rami si fanno conquistare,
e il padre affettuoso cerca la fanciulla per il figlio.
La tempesta si aggira sulla riva mormorando un dolente canto,
il frangente con occhio pensoso, volge lo sguardo alla luna,
i loro spiriti si fondono, si scambiano solenni giuramenti,
mai più canterà lui dolente, e lei scaccerà la sua tristezza.
Il verme corteggia il mortale, la morte reclama una sposa viva,
la notte al giorno è sposata, l’aurora al vespro;
la Terra è un’allegra damigella, e il Cielo un cavaliere tanto sincero,
e la Terra è alquanto civettuola, e a lui sembra vano implorare.
Ora l’applicazione pratica, al lettore dell’elenco,
per portarti sulla retta via, e mettere in riga la tua anima;
tu sei un assolo umano, un essere freddo, e solitario,
non avrai una dolce compagna, raccoglierai ciò che hai seminato.
Non hai mai ore silenti, e minuti sempre troppo lunghi,
e un sacco di tristi pensieri, e lamenti invece di canti?
C’è Sarah, ed Eliza, ed Emeline così bella,
e Harriet, e Susan, e quella con la chioma arricciata!
I tuoi occhi sono tristemente accecati, eppure puoi ancora vedere
sei vere, e avvenenti fanciulle sedute sull’albero;
accostati a quell’albero con prudenza, poi arrampicati ardito,
e cogli colei che ami di più, non curarti dello spazio, né del tempo!
Poi portala tra le fronde del bosco, e costruisci per lei un pergolato,
e dalle ciò che chiede, gioielli, o uccelli, o fiori;
e porta il piffero, e la tromba, e batti sul tamburo –
e da’ il Buongiorno al mondo, e avviati alla gloria casalinga!

(Emily Dickinson, 1850)

Problemi di fede

Posted in Uncategorized on febbraio 8, 2008 by edoardopetricca

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